(Don’t) Take me back to the start.

Cosa è peggio di un ritorno non gradito?
Un ritorno tanto atteso che però non è un ritorno.
Si tratta di un travestimento, di una maschera, di un velo che nasconde la realtà delle cose.
La speranza e le aspettative tendono ad offuscare la mente quando si tratta di captare i segnali di una bugia, per fortuna il tempo, da gran signore, calca la mano et voilà : il velo è sparito.

Era solo un presentimento, una sensazione persistente che faceva in modo il mio sguardo si soffermasse su dettagli insignificanti, dettagli che anche solo un anno fa non avrei neppure preso in considerazione.
Invece eccoli qui: i dettagli, le coincidenze… che bastardi.
I tuoi sensi sono in allerta sempre, giorno e notte, persino mentre dormi, captano qualsiasi cosa possa essere utilizzata per alimentare quella speranza e poi tutto succede nel momento preciso in cui smetti di pensare.
La spensieratezza di un viaggio di ritorno viene interrotta bruscamente da una manciata di parole su di uno schermo illuminato, non servono spiegazioni, non serve nemmeno che si firmi perché tu sai perfettamente di chi si tratta. Panico, felicità, rabbia, tutto insieme ed è troppo; cerchi di calmarti e soprattutto di calmare la tua compagna di viaggio ormai convinta tu sia pronta a lasciarci l’anima su quei sedili imbottiti.

Ciò che fa sorridere è che quel qualcuno torni dal regno dei morti nella totale convinzione tutto sia rimasto invariato, il tempo si sia fermato e tu sia rimasta in un letto a dormire beatamente mentre il principe Filippo superava la foresta di rovi ed ammazzava il drago.
Sbagliato.

La serpe ha cambiato pelle, il bruco ha lasciato posto alla farfalla e non si torna indietro da un cambiamento del genere. Ma tu eri lì ad aspettare e forse si può trovare un compromesso, si può ripartire insieme.
Sbagliato.

Come se non bastasse, l’apice del ridicolo si raggiunge nel preciso momento in cui dalla sua bocca vien fuori la frase “Dovremmo riprendere dal punto in cui abbiamo chiuso, arrivare lì e puntare a un diverso finale”.
Se quello è il punto in cui abbiamo chiuso, come può rappresentare una base solida per un nuovo inizio?
Te lo dico io: non può.

C’è un libro di Giulia Carcasi che si conclude con questa frase:

Tutto torna. E tu?

No, evidentemente no. E la colpa è mia, per tutte le volte in cui ti ho aspettato senza andare avanti, per tutte le volte in cui ho guardato il tramonto alle mie spalle e non l’alba davanti a me. Per tutte le volte in cui ho pensato alla fine e non all’inizio.

Ma ti ringrazio.

Ti ringrazio per avermi trascinata al limite della sopportazione, per avermi fatto sentire il sapore dell’apatia mentre leggevo quelle parole che una volta mi avrebbero addomesticata come un cucciolo.
Ti ringrazio per avermi fatto capire un mucchio di cose, prima fra tutte il fatto che io non ho mai sbagliato.
Ti ringrazio per aver fatto sbiadire la paura di perderti, come un acquerello sul foglio.
Ti ringrazio per avermi insegnato a dare valore a me stessa quando ho scelto di dirti addio.
Ti ringrazio per non aver lottato quando io ti imploravo di far qualcosa.
Ti ringrazio per essere andato via, perché hai lasciato finalmente spazio a un numero infinito di possibilità.

Primavera e SBOBBA.

«Come siete sbucati qui?»
«Abbiamo usato il nostro passaggio segreto!»

Avevano sempre tutti l’aria sorpresa quando io e mio cugino rispondevamo con quelle parole, ammiravano l’indomito coraggio con cui ci avventuravamo lungo il sottile cornicione di pietra ai margini della nostra pineta.
Noi lo immaginavamo come un dirupo oltre il quale ci attendeva la morte, in realtà era alto poco più di un metro e l’erba alta avrebbe attutito un’eventuale caduta. Il passaggio ci portava dal trullo al piazzale davanti casa mia, ovviamente tutti i grandi erano al corrente di questo segretissimo percorso ma ci lasciavano sentire come Indiana Jones durante una delle sue avventure.

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Photo credits: Rossana Schena

Provo un certo senso di spensieratezza e felicità quando vedo gli alberi in fiore ed il cielo di quel blu pieno. Mi tornano alla mente le corse su e giù per il viale, le passeggiate infinite tra le strade di campagna, il mio skateboard – la mia personalissima tavola del suicidio, non esiste un numero per contenere le volte in cui sono caduta rovinosamente – e le biciclette, LA SBOBBA!
Quella della sbobba è una storia bellissima.
C’è stato un periodo durante il quale io, mia sorella ed i miei cugini abbiamo attraversato – con discreto successo – la “fase campeggio”. Avevamo deciso fosse giunto il momento di cucinare la pastina all’aperto, in un pentolone su di un fuoco acceso da noi.
Voi avreste affidato un fuoco a quattro bambini tra i 5 e gli 11 anni? Nonna lo ha fatto.
Ci aiutava a disporre le pietre in cerchio, cercavamo assieme la legna giusta per poi munirci di un supporto adeguato e di una pentola.
A fuoco acceso io mi sentivo come Tom Hanks in Cast Away: IO HO FATTO IL FUOCO!
Aspettavamo che bollisse l’acqua, ci mettevamo un po’ di sale e la pastina.
Una volta pronta, io e mio cugino urlavamo con aria solenne “È pronta la sbobba”.
Non so com’è che abbiamo iniziato a chiamarla sbobba. Sono sicura sia una parola rubata da qualche film, uno con gente in prigione o robe del genere. Ci sentivamo dei veri duri quando mangiavamo la sbobba.
La nonna e il nonno si trovavano costretti a cenare alle 19 con questa pastina scotta ma erano sempre felici. Nonno buttava giù gassosa nemmeno fosse acqua fresca, noi non potevamo bere la gassosa, non senza il permesso di nonno Franchino.
Sui carboni ancora caldi, poi, mettevamo a cuocere gli spiedini fatti con i wrustel. Spiedini che per la maggior parte finivano tra le fauci del nostro pastore tedesco, seduto alle nostre spalle con gli occhi sognanti e la bava alla bocca.
Il cane che è cresciuto con noi, la nostra Genna. Avevo scelto io il nome, ero nella fase in cui qualsiasi cosa doveva prendere il nome da un cartone animato e Genna era la fidanzata di Balto.

Nelle giornate frenetiche, quando i pensieri sono troppo pesanti e faccio fatica a concentrarmi, mi basta tornare indietro a quei giorni e prendere un bel respiro. Questo è uno tra i ricordi più preziosi che ho.

Radici.

Le sento attorno alle braccia, al busto, alle gambe, le sento che mi stringono la gola e mi tolgono il fiato. Queste radici sudicie che mi crescono dentro ed una volta fuori mi ancorano al terreno. Sono scure, sporche di fango, viscide e troppo forti.
Vengono alla luce quando faccio progetti, quando voglio andare via, prendere un aereo, un treno, vedere il mondo.
Hanno il colore della paura, la paura è buio, la associo al buio perchè il buio è stata la mia prima vera paura.

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Tendo ad essere una persona molto organizzata, in modo maniacale direbbero alcuni, mi piace controllare che le cose vadano per il verso giusto, faccio le mie liste e spunto ciò che va spuntato.
“Non puoi controllare tutto, non funziona così”, quanto è vero.
Il fatto è che quando sono con qualcuno posso preoccuparmi di un’altra persona, posso prendermene cura, mettere da parte la paura possa succedere qualcosa a me. Sono distratta. Mi piace prendermi cura degli altri, controllare che non dimentichino le cose.
Mia sorella non mi sopporta, si sente soffocare e la capisco, sono pesante.
Mamma ci ha fatto l’abitudine, prima di uscire di casa risponde alle mie solite domande ancora prima che io gliele faccia, è diventata quasi una barzelletta ma fa ridere tutti tranne me.

Prendi quei biglietti, puoi farcela, prendi quel treno e passa del tempo da sola con te.
Di chi mi occuperò? Sento crescere l’intreccio delle mie ansie, ne percepisco il viscidume sulla schiena ed in un attimo è attorno alla mia gola, stringe.
Potrebbe succedere di tutto, potrebbe succedermi di tutto, vedo il buio avvolgere la scena che avevo immaginato.
Vorrei passeggiare da sola, stare al tavolino di un bar e scrivere, spalancare la finestra della camera d’albergo e godermi il panorama in silenzio. Vorrei conoscere strade nuove, nuove storie ed invece tutto si fa buio.
Cosa mi è successo? Quando sono diventata così ansiosa?
Ho paura di così tante cose che comincio a chiedermi se mai riuscirò a far nulla di diverso, è una prospettiva deprimente e triste.

Una volta ho letto un articolo che metteva a confronto il pericolo percepito con la reale possibilità che certe cose accadano, non mi ha fatta sentire meglio, mi ha messa davanti all’inconsistenza dei miei pensieri.
Vuoti, stupidi.

Se solo riuscissi a liberarmi.

Chat archiviate.

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Non è che a certe cose smetti di pensarci e magicamente spariscono, non funziona proprio così. Non succede che le dimentichi ed il giorno dopo stai meglio.
Il tempo può aiutare, la distanza può aiutare, ma la verità è che certi ricordi fanno la stessa fine di alcune conversazioni su whatsapp.
Un bel giorno decidiamo di archiviarle, ci illudiamo di poterci difendere così dagli strascichi delle storie, non vogliamo eliminarle ma neppure averle sotto il naso ad ogni occasione.
Passano giorni, settimane, delle volte persino mesi.
Poi, un pomeriggio, decidi di scorrere la lista delle conversazioni, di guardare cosa puoi cancellare, cosa vuoi tenere ed eccola lì.

Chat archiviate (1)

È stata lì per tutto quel tempo e quasi era scomparsa dai tuoi pensieri.
In realtà, purtroppo, la maggior parte delle volte non si ha la forza di cancellare, di chiudere la porta, di tagliare quel filo. Perché quel ricordo ha significato qualcosa, perché per un momento abbiamo pensato fosse la cosa giusta.
Potrebbe sul serio essere la cosa giusta ma solo se scegli di non metterla da parte.

Tu cosa scegli?

Virus.

Chiudi tutto in una scatola, le emozioni, i ricordi, le sensazioni, e la scatola resta ferma lì dov’è per tantissimo tempo.
Poi qualcosa succede e ciò che avevi desiderato nascondere e cancellare spunta fuori, la scatola cade e tutto il suo contenuto viene sparso in giro.

Avevo messo tutto da parte, ci avevo provato tante di quelle volte che alla fine ci ero riuscita, per certi versi.
Ti scrivo ancora, non che tu possa leggere nulla di quel che scrivo, ma ci sono tutte le mie parole per te, da qualche parte.

Un pallino arancione mi segnala una notifica, vado a controllare, c’è il tuo nome ma la tua nuvoletta è bianca. È bianca da così tanto tempo che credo non tornerà mai più a brillare di quel verde vivo che accendeva le mie giornate.
È di un bianco ovattato che rende sordo qualsiasi colpo nella mia testa, qualsiasi tonfo nelle profondità delle speranze che avevo per noi.
È bianco come il freddo che hai lasciato nella nostra storia quando sei andato via e non hai chiuso la porta, tutto si è congelato ed ha perso colore.
Bianco. Come la “carta bianca” che lasciavi a me ogni volta che c’era da prendere una decisione. In realtà io non decidevo proprio un bel niente, tu avevi scelto e facevi in modo che la mia scelta coincidesse con la tua, era diventato un giochetto facile per te, dopo così tanto tempo.

E’ un link. Un sito strano, con il mio nickname alla fine del collegamento.
Sono spaventata, non puoi averlo fatto. Non puoi aver gettato tra le fauci del mondo tutto ciò che io ho fatto per te, nessuno merita di vedere, non lo meritavi neppure tu.
Sono stata così ingenua, così cieca.
Ti amavo, era tutto lì. Avrei lasciato che mi ferissi col più affilato dei coltelli se solo avessi avuto la certezza che poi avresti passato la notte a medicare le mie ferite.
Cerco di tornare lucida, tutto questo non ha senso, deve esserci qualcosa dietro.
Faccio una veloce ricerca su Google e mi rendo conto che è un virus inviato in maniera totalmente casuale.

Un virus, ecco cosa sei diventato. Avrei dovuto capirlo ed invece ho lasciato che mi infettassi, che circolassi dentro di me lasciandomi lentamente morire.

Il mio posto.

Sei di spalle. Mi avvicino al tavolo dove sei seduto e ti accorgi della mia presenza.
Quasi hai un sussulto, ti alzi, mi guardi impietrito.

You were not supposed to be here.
Non dovevi essere qui.

Ed invece ci sono, sono proprio qui. In piedi davanti a te.

Hai ragione, non dovrei essere qui. Dovrei essere a casa tua e tu lì con me.
Non dovrei essere qui ma ci sono e sai perchè?
Perché ho paura, perchè non so se sono pronta ad abbandonare tutto. Sei un salto nel vuoto. Una di quelle prove di fiducia che io ed i miei compagni di liceo ci divertivamo a mettere in scena durante le ore di educazione fisica, quelle in cui chiudi gli occhi e ti lasci cadere all’indietro. 

Hai sempre la tua maglietta nera nei miei sogni. Quella t-shirt a maniche corte.
Non ti ho mai visto con un altro colore addosso, dicevi che ci potevano essere infinite sfumature del nero e tu le avresti indossate tutte. Sorridevi quando me lo raccontavi, nel frattempo facevi qualche tiro di sigaretta.
In quel buio i tuoi occhi azzurri erano vivi come tizzoni ardenti. Mi attraversavano senza lasciare alcun segno, non faceva nemmeno male.

Nei miei sogni parliamo tanto, diciamo le stesse frasi il più delle volte ma la verità è che sono conversazioni che si ripetono nella mia testa all’infinito perchè in realtà non accadrà mai nulla del genere.
Nei miei sogni non c’è quel muro che hai alzato per proteggerti, sei vulnerabile.
Nel mondo reale ti sei incamminato dalla parte opposta e non ti sei più voltato, non so cosa darei per avere la tua forza di volontà.
Io sono ancora qui a catalogare tutti i nostri ricordi. Li tiro fuori, li guardo, li spolvero e li rimetto al loro posto.
Nei miei sogni ti fermi ad ascoltare e mi rispondi.

Il tuo posto è nei miei sogni. Il mio dov’è?

picture by Ruby James on Flickr

Gli ostacoli della realtà.

E’ davvero questo ciò che meritiamo?

Meritiamo davvero di essere così lontani?
Meritiamo di amarci nel momento sbagliato?
Meritiamo di cercare tra la folla degli occhi che non vedremo mai?

Merito di guardare continuamente il tuo contatto sperando che prima o poi quel led torni a brillare di verde?
Merito di sentirmi sola anche quando sono a lavoro e ci sono più di cinquanta persone attorno a me?
Merito di svegliarmi nel cuore della notte perché la mano che stringeva la mia era solo frutto della mia immaginazione?

Meriti di camminare con lei mentre stai pensando a me?
Meriti di prendere un aereo ed accorciare la distanza tra noi per ritrovarti a passare un weekend lontano da casa ma con lei?
Meriti di arrivare a bloccare il mio contatto perché ti fa troppo male pensare che potremmo davvero essere felici ma le circostanze non lo permettono?

Quando arriva il momento giusto?
Chi decide che è il momento giusto?

So precisamente dove vorrei essere eppure la paura mi tiene inchiodata a questa sedia senza darmi la possibilità di fare una pazzia e correre tra le tue braccia. Ho paura di averti fatto troppo male, molto più di quanto tu puoi averne fatto a me ed ho paura che questo dolore possa aver ormai messo un punto ad ogni cosa, ad ogni possibilità, ad ogni luce in fondo alla galleria.
Potevamo essere tutto e niente.
Potevamo guardare film a casa tua e ridere perché entrambi sappiamo bene che la prima volta in cui hai proposto una serata film pensavi a tutto tranne che a quello.
Potevamo essere in macchina, con te che guidavi ed io che avevo la testa poggiata sul tuo braccio mentre piano mi addormentavo su quella che era la via di casa.
Potevamo guardare assieme i fuochi d’artificio, come quella volta in cui ti ho chiamato.
Ma facciamolo sul serio, stavolta.
Questa volta non guardarli da un anonimo schermo.
Questa volta vieni qui e tienimi per mano mentre guardo quelle scintille nel cielo come una bambina.
Questa volta smettiamo di chiederci come le cose potrebbero andare e facciamole andare come vorremmo noi.
Questa volta proviamo ad essere egoisti, a lasciare tutto il mondo fuori dalla nostra bolla perfetta.